Tra gli artisti esordienti attuali spicca Cochi, nome d’arte di Francesco Pietro Lanzetta Compagno, che si occupa di musica e game design. Nato nel capoluogo siciliano nell’aprile del 1993, si accosta al mondo musicale e dei giochi all’età di diciassette anni circa, sia per passione sia come cura durante un momento difficile della sua vita.
Come afferma l’artista stesso, l’arte rappresenta uno strumento per esternare i propri sentimenti e creare una realtà che possa aiutare chi, silenziosamente, sta soffrendo e cerca conforto nelle parole e nelle note dei brani dei più disparati cantanti. La musica, infatti, dovrebbe essere anche, e non solo, un posto sicuro in cui rifugiarsi quando se ne ha più bisogno.
Nel corso di questi quindici anni Cochi si è anche laureato in scultura, sua altra grande passione, senza abbandonare però la sua vocazione, fare musica e creare giochi. Ciò l’ha portato ad accrescere le proprie competenze e a non mollare, cercando sempre nuove opportunità per farsi strada in questo mondo, nonostante i possibili ostacoli della vita.

Photo Credit Davide Ardit
Artisti esordienti: l’intervista completa a Cochi
Descriviti brevemente per chi non ti conosce. Chi sei e cosa fai esattamente?
Mi chiamo Francesco, in arte Cochi, e sono un cantautore e game designer esordiente. Sin da bambino ho sempre avuto diverse passioni, tra cui l’arte e lo sport. Ho fatto, per un po’, il centometrista e parallelamente mi sono accostato al mondo della scultura, specialmente all’intaglio del legno e del marmo.
Anche la musica è sempre stata una mia grande alleata, capace di tenermi compagnia nei momenti più disparati del mio percorso di crescita. È così che mi sono interessato alle parole e alla composizione musicale. Poter sperimentare in questo ambito è sempre stata una grande opportunità che mi ha permesso di crescere artisticamente.
Parallelamente, la mia curiosità mi ha spinto a cercare nuovi stimoli e ad avvicinarmi anche ai giochi. Da qui, pian piano, è nata l’idea di creare un gioco da tavolo che stimolasse le persone, spingendole ad usare l’astuzia per poterlo risolvere. Non a caso la mia parola preferita è “Thymós”, che deriva dal greco, e significa “impeto”, ciò che ti fa fare cose inimmaginabili. È un termine che in qualche modo mi rispecchia molto.
Se dovessi usare 3 aggettivi per descriverti, quali useresti?
Mi dicono che sono positivo, simpatico e creativo.
Quando ti sei avvicinato per la prima volta al mondo della musica e perché?
È avvenuto in modo un po’ comico. Avevo circa diciotto anni e la mia ragazza del tempo mi disse “se dovessi descrivermi in un ritornello musicale, cosa mi diresti?” e le scrissi quello che, poi, è diventato il ritornello della canzone “Non Adatto a Te”. Fu un modo carino, e scherzoso, per dirle che sembrava non fossimo adatti a stare insieme. A lei piacque e da lì mi sono autoconvinto che sapessi scrivere. Con il tempo è diventato un modo per sfogarmi, soprattutto quando mi sento solo e in difficoltà.
Invece quando ti sei avvicinato al mondo dei giochi e alla loro creazione?
Ricordo che quando ero piccolo smontavo il bigliardino e coloravo i bomberini insieme a mio fratello per creare giochi alternativi. O, ancora, nei tappeti persiani, grazie alle loro forme particolari, posizionavo dei gettoni creando nuove esperienze. Erano più che altro idee piuttosto che giochi strutturati. Poi è diventato più concreto quando ho ideato “Camelus”, parallelamente alla musica.
Che tipo di musica fai principalmente?
Indie – pop con contaminazioni reggae.
Quali sono i tuoi riferimenti artistici, da cui trai maggiormente ispirazione e perché?
I primi che mi vengono in mente sono i Negrita, i quali hanno influito particolarmente in alcune canzoni che ho creato, soprattutto a livello di sound. Mi ispiro molto anche alla musica anglosassone. Cerco di fare un mix per poi riadattare il tutto a ciò che desidero comunicare, provando a ridisegnare il suono attraverso le mie conoscenze musicali per renderlo più personale.
Nella tua carriera, in futuro, se dovessi scegliere, ti vedi più come autore, cantante o game designer?
In realtà mi vedo principalmente come autore per qualcun altro, e anche come game designer. Non che non ami cantare in prima persona, anche su un palco, ma mi sento più vicino al mondo della creazione dietro le quinte. Poi chissà, magari strada facendo le cose possono cambiare e mi accorgerò che stare sul palco sarà qualcosa che amerò molto.

Photo Credit Davide Ardit
Se c’è stato, qual è stato il momento esatto in cui hai deciso di trasformare le tue passioni in un lavoro?
Per quanto riguarda la musica, me ne sono accorto dai feedback delle persone. Ricordo che quando partecipai a un concorso musicale con il brano “Lo Sai Papà”, con cui ho vinto il premio della critica, ho notato alcune persone commuoversi e una mamma è venuta da me, insieme al figlio, per ringraziarmi del testo che avevo scritto.
Lì mi sono detto che forse stavo facendo la cosa giusta. Poi ovviamente le critiche non sono mancate e credo che in qualche modo facciano parte del percorso. Per i giochi, invece, ho avuto la conferma che stessi facendo la cosa giusta intorno al 2020, con “Cheater Chess”. Ho avuto la sensazione di star facendo qualcosa di grande. In effetti, poi, è stato così perché ho firmato con la Dal Negro.
Quando devi scrivere un pezzo da cosa parti e come nasce? Ti dedichi prima al testo, alla musica o ti lasci trasportare dall’emozione del momento?
Tendenzialmente dal ritornello, da lì poi viene tutto il resto come l’inizio e la seconda strofa. Anche perché quando il ritornello è “forte” il resto vien da sé.
Quali sono i temi principali delle tue canzoni?
Dipende molto dall’ispirazione del momento. Non ho un tema predominante, anche se in questo momento scrivo molto su ambiti che riguardano la rivalsa personale o sulle scelte, come in “All – In”.
Quale, se esiste, tra i tuoi brani ti rappresenta di più e perché?
Sicuramente “All – In” perché il testo l’ho scritto con grande consapevolezza e parla della fragilità e dualità che sto vivendo, dover scegliere tra due strade e aver paura che, scegliendo quella che possa farmi in qualche modo tornare indietro, me ne possa pentire.
Cosa ti auguri capisca, o provi, il pubblico mentre ascolta la tua musica?
Mi auguro che possa stare meglio e che regali anche solo un momento migliore, più sereno. Che possa essere cura.
Il mondo dei giochi e la passione per il game design
Passando ai giochi, hai da poco lanciato il tuo primo lavoro che si chiama “Cheater Chess”. Parlami un po’ del progetto. Come è nato e perché, come si è evoluto e come sei arrivato a firmare con la Dal Negro e a partecipare al Play Bologna.
Durante il Covid mi sono avvicinato nuovamente agli scacchi e mi sono reso conto che potevano risultare troppo difficili da comprendere. Da lì è nata l’idea di creare qualcosa che li rendesse più semplici, anche grazie alle carte.
Ricordo, infatti, che mentre ero al semaforo in Via Dante, a Palermo, ho pensato istantaneamente a una scacchiera ridotta, dispari, per permettere l’introduzione di un Re al centro e due mazzi di carte, che sono le pedine degli scacchi. Il tutto per poter giocare in modo randomico, con quattro carte a testa. In questo modo sarebbe potuto diventare accessibile a tutti.
Per quanto riguarda la Dal Negro, mentre cercavo di farmi conoscere ho mandato loro una mail e così hanno mostrato il loro interesse. Da lì, poi, siamo arrivati alla firma e mi hanno dato l’opportunità di andare al Play Bologna.
Ci sono elementi che hai appreso dal game design e/o dalla musica che applichi nell’altro versante creativo?
Forse la matematica, perché anche le canzoni hanno una struttura precisa dietro, anche se apparentemente sembra non abbiano una logica.
Hai mai pensato, qualche volta, di far combaciare musica e giochi, creando magari un gioco che abbia a che fare con la musica?
Sì, forse qualche volta l’idea l’ho avuta. Ma ancora nulla di realmente concreto.
Se potessi creare una canzone per un tuo gioco, come sarebbe?
Sarebbe probabilmente con un sound reggae, incentrata sulla fortuna.
Se ci sono state, quali sono state le difficoltà più grandi che hai riscontrato nel lanciare il tuo progetto?
Sicuramente quelle economiche e organizzative. Sono anche molto maniacale nelle cose e spesso non mi sono mai sentito pronto a cominciare.
Dove e come ti immagini tra dieci anni?
Mi immagino sempre nel mondo dell’arte, magari essendo più affermato e realizzato.
In questo momento hai qualche nuovo lavoro/progetto a cui stai lavorando e di cui puoi parlarmi in esclusiva?
Entro fine mese uscirà ufficialmente “Cheater Chess”, che è stato presentato in anteprima al Play Bologna, e sicuramente molta altra musica.
Ti hanno mai dato un pessimo consiglio che non avresti mai voluto seguire?
Sì. Una persona una volta mi disse che la mia musica faceva schifo e avrei dovuto cambiare lavoro.
Ti sei mai sentito frainteso dal pubblico? E se sì, come lo hai affrontato?
Sì, a volte può capitare ma penso faccia parte del percorso, bisogna saperlo affrontare anche con un po’ di ironia.
C’è qualche artista o game designer con cui sogni di collaborare e perché?
Sì, mi piacerebbe moltissimo collaborare con i Negrita. Hanno un bel modo di porsi e di fare musica. Scrivono in modo intelligente e mi piacciono tanto. Chissà, magari un giorno avrò la possibilità di aprire qualche loro concerto. O anche Daniele Silvestri.
Se dovessi scegliere tra successo e fama, soldi o libertà creativa, cosa sceglieresti?
Direi senza ombra di dubbio libertà creativa. Amo potermi esprimere liberamente.
Che consiglio daresti a chi si sta appena accostando a questo mondo?
Di usare la tecnologia solo come supporto e non come strumento unico e principale per scrivere i propri testi o creare un gioco. Utilizzare, quindi, prima di tutto la propria testa e il proprio talento, sviluppandolo giorno per giorno. Le proprie risorse sono lo strumento più importante in assoluto.
Se in futuro dovessi essere ricordato solo per una cosa, cosa sceglieresti?
Non saprei. Forse per il game design, ma non vorrei dover necessariamente scegliere.
Se dovessi scegliere solo due parole per descrivere il tuo futuro, quali useresti e perché?
Colorato e curativo perché vorrei che attraverso il mio lavoro la gente si sentisse capita e aiutata.
Ringrazio Cochi per il tempo e la pazienza che ha dedicato a rispondere dettagliatamente alle domande. Da questa lunga chiacchierata emerge un artista determinato con le idee molto chiare su ciò che desidera realizzare. Non ci resta, quindi, che seguirlo nel prossimo futuro, augurandogli di raggiungere tutti i suoi obiettivi.
Articolo di Ambra Gabriella Samonà
Rita